Intervista a Giacomo Marramao: per l'autore di "Passaggio ad occidente" è inopportuno dimenticare la pluralità storica richiamandosi alle sole radici cristiane. La Ue come "multilevel governance system"
di Mauro Curati
D.: Professore, la prima domanda è rivolta al cittadino europeo o se preferisce italiano ed europeo, Giacomo Marramao: cosa pensa del Trattato di Lisbona?
R.: Per un verso è un passo avanti, per l'altro ci restituisce l'immagine di un'Europa che fatica a configurarsi come un soggetto pienamente politico e culturale. In uno dei miei scritti mi è capitato di definire l'Ue come un "regime di mezza luce": una compagine economico-istituzionale spuria, che stenta a trovare un'autoidentificazione in senso forte. Ben lontana, in questo senso, dagli Usa: soggetto plurale, multietnico e pluriconfessionale, ma con una fortissima caratterizzazione e consapevolezza di sé nella storia moderna e mondiale. L'Europa, culla dell'Occidente, appare al confronto assai meno dinamica e più in affanno.
D.:La seconda domanda invece è al filosofo che ha indagato la figura giuridica della Ue in particolare nel libro "Passaggio a Occidente" (di cui è da poco uscita da Bollati Boringhieri una nuova edizione ampliata): è un bene o un male che nel Trattato/Costituzione europeo non si sia fatto alcun richiamo alle cosiddette "Radici cristiane"?
R.:Il problema delle radici andava declinato al plurale. Intendiamoci: sono convinto che senza ebraismo e cristianesimo l'Europa e più in generale l'Occidente, non sarebbero neppure concepibili. Da questo assunto hanno preso le mosse, con esiti diversi, pensatori del calibro di Nietzsche, Hegel, Max Weber. Tutti hanno ammesso che senza ebraismo e cristianesimo non potremmo immaginare né l'Europa, né l'Occidente, perché non potremmo immaginare l'idea di Storia universale e di tempo storico come un processo orientato. Ma ebraismo e cristianesimo sono strettamente intrecciati con altri fenomeni culturali e altre religioni. Su tutte l'Islam, che è figlio di entrambe. Questo significa che abbiamo una matrice comune, senza la quale non possiamo comprendere le nostre radici. Cristianesimo, poi, significa tante cose, anche fra loro conflittuali: cattolici e protestanti e, prima dell'avvento della Riforma, tomismo e agostinismo, domenicani e francescani, aristotelismo e misticismo. Per altri versi, il cristianesimo si è venuto intrecciando, già a partire dalla Patristica, con la grande tradizione classica e pagana della filosofia greca, sia platonica che aristotelica. È un intreccio riconosciuto e influente: basta leggere i testi e i discorsi di papa Ratzinger. Si tratta, tuttavia, di un'operazione tutt'altro che pacifica: anzi, oltremodo controversa. Non sono mancate infatti, nel corso dei secoli e fino al passato recente, voci autorevoli - come ad esempio quella del grande biblista Sergio Quinzio - che hanno scorto nella contaminazione fra escatologia cristiana e filosofia greca l'origine di un'alterazione profonda e un pericoloso distacco dalle autentiche radici. La radice va dunque declinata al plurale. E va ricondotta ai nomi di quattro città-simbolo: Atene (simbolo del logos filosofico e dell'indagine scientifico- naturale), Gerusalemme (simbolo del profetismo messianico e dell'idea di tempo storico lineare), Alessandria (simbolo della biblioteca come epitome del sapere universale) e Roma (simbolo del diritto razionale e della civitas universale). Alla luce di queste premesse, apparirà più evidente la difficoltà e inopportunità di operare una reductio ad Unum di questa pluralità di fonti, richiamandosi in una dichiarazione o carta costituzionale alla sola radice cristiana. La multiforme figura dell'Europa non può essere ingabbiata in un enunciato identitario statico e univoco. Ma, al tempo stesso, dovrebbe essere interesse di una grande religione universale come il cristianesimo evitare di essere identificato con un'unica cultura.
D.:Perché allora tutte queste polemiche, queste pressioni? Non è che la Chiesa veda l'Europa come una realtà statale ordinaria, ben lontana dal suo essere un organo ibrido o, come scrive lei, un inedito istituzionale diverso dalle precedenti tipologie istituzionali?
R.:La Chiesa scorge un'occasione di rilancio nell'indebolimento della forma-Stato moderna. E non ha tutti i torti: gli odierni scenari politici richiamano, per molti aspetti, la situazione dell'Europa pre-Westfalia, precedente la nascita del sistema paneuropeo degli Stati laici sovrani. Vi è una forte analogia tra la situazione spirituale del nostro tempo e quella a cavallo tra XVI e XVII secolo: sono entrambe epoche di transizione e di passaggio da un vecchio a un nuovo assetto del mondo. Sarebbe tuttavia fatale per la Chiesa cattolica coltivare l'illusione di un ritorno, sia pure in forme rivedute e aggiornate, all'Europa della respublica christiana, espungendo dall'orizzonte quella svolta del processo di secolarizzazione moderno rappresentata dalle versioni laiche dei principi universali, consegnataci dalle rivoluzioni americana e francese. Non dimentichiamo che la Costituzione degli Stati Uniti fa sì - a differenza della Déclaration francese del 1789 - riferimento a Dio: ma non a una determinata confessione religiosa.
D.:Ma questo atteggiamento verso l'Europa, con lo scopo di influenzarne la Costituzione, come se si trattasse di uno stato in senso classico, ha senso?
R.:No, non dovrebbe farlo. Guardi i Protestanti. Nell'Europa del Nord sono molto forti. Sono presenti in Germania, in Olanda, nei paesi scandinavi. Ma non hanno insistito più di tanto sul tema delle radici cristiane nella Costituzione.
D.:Secondo lei allora perché lo fa?
R.:È un problema della Chiesa Cattolica Romana che punta, sul piano simbolico, a caratterizzare eticamente l'Europa. Per essa l'Europa è terreno di battaglia simbolica, ma anche evangelica e politica. Nel vuoto delle ideologie e nel declino di alcuni principi-guida degli Stati-nazione, intende proporsi come la principale "agenzia etica" del continente. Come se dicesse alla Ue: se vuoi ritrovare la tua identità in un ventaglio di valori e principi, non devi fare altro che rivolgerti alla Chiesa, confidando nella sua bimillenaria saggezza. Ma un atteggiamento del genere equivale a porre un'ipoteca fin troppo pesante sul futuro: prefigurando le decisioni politiche europee in rotta di collisione con posizioni culturali non meno universalistiche, ma di natura a-religiosa o a-confessionale.
D.:Una Chiesa quindi che non guarda alla Ue con un occhio moderno?
R.:La Chiesa, dicevo prima, si trova a suo agio nell'attuale situazione di declino e di crisi di legittimità degli Stati laici. Ma non dimentichiamo che quella che stiamo vivendo è una fase di passaggio tra il non-più del vecchio ordine interstatale e il non-ancora di un nuovo ordine cosmopolita, di cui non riusciamo ancora a delineare i contorni. È una fase di interregno in cui sono destinate a proliferare forme politiche ibride come l'Unione Europea.
D.:In che senso?
R.:L'Europa, come ho cercato di mostrare in Passaggio a Occidente, non è un Superstato federale ma un multilevel governance system. Non corrisponde a nessuna delle forme di governo presenti nella storia o contemplate dal pensiero politico-costituzionale dell'Occidente. Un fenomeno che nel medio periodo - e per "medio periodo" intendo un arco di tempo di almeno uno o due secoli - porterà alla costituzione di un governo mondiale vero e proprio. Ma prima si dovrà passare per nuove forme di aggregazione politica. Aggregazioni che avverranno tra aree macroregionali omogenee: con il passaggio dalla logica egoistica e "autocentrica" dei Leviatani a una politica di grandi spazi dinamici e democraticamente inclusivi. La prima di queste aree "macroregionali" (e, per adottare un'espressione di Habermas, "postnazionali") è stata la Ue. A seguire, immagino, arriveranno le aree del Nordamerica e della Mesoamerica, dominata dagli Usa, l'area sudamericana, dominata dai paesi del Mercosur (Brasile, Argentina, Cile) e l'area asiatica (dominata dai colossi della Cina e dell'India e dalle "tigri" del Sudest). Sono forme che si vanno organizzando sull'onda di un'integrazione che non può procedere spontaneamente dal piano economico-finanziario a quello giuridico-istituzionale senza iniziare ad affrontare i nodi della politica e della sfera pubblica. La Ue, questa fase, l'ha già iniziata.
È un processo che potrebbe conferire all'Europa un ruolo importante nel futuro. Ma prima è necessario che essa diventi quello che non è ancora: un vero soggetto politico.
chi è Giacomo Marramao
Giacomo Marramao è professore di Filosofia teoretica presso l'Università di Roma Tre e Direttore della Fondazione Basso di Roma. "Visiting professor" in numerose università europee e americane, nelle sue ricerche si è occupato di teoria critica della società, di archeologia della sovranità e di dinamiche della secolarizzazione, inscrivendo i propri studi nell'orizzonte di un'analisi della modernità e di una ricostruzione genealogica dei presupposti del razionalismo occidentale. Più recentemente ha affrontato da un punto di vista filosofico i nodi e le patologie legate alla globalizzazione. Tra le sue opere: Kairos. Apologie del tempo debito (Roma-Bari 1992); Cielo e terra. Genealogia della secolarizzazione (Roma-Bari 1994); Dopo il Leviatano (Torino 2000); Minima temporalia (Roma 2005); Potere e secolarizzazione (Torino 2005); La passione del presente. Breve lessico della modernità-mondo (Torino 2008); Passaggio a Occidente. Filosofia e globalizzazione (Torino 2009).