Intervista ad Albero Melloni: la formula ideata da Woytila era stata pensata da Roma come manifestazione di interesse verso l'esperienza della carta costituzionale europea, poi è successo il contrario; si poteva fare di meglio
di Mauro Curati
D.: Allora professore, che senso dare a questa richiesta della Chiesa di riconoscere nel Trattato di Lisbona, che è un trattato tra Stati e non una vera Carta costituzionale, le comuni radici cristiane?
R.: È una questione da inquadrare nell'atteggiamento che la Chiesa ha, da sempre, verso le Costituzioni dei paesi. Fino al secondo dopoguerra la sua posizione era o di una radicale avversità, nel senso che vedeva le costituzioni come il segno di una politica moderna, da integrare al massimo con le pratiche concordatarie. La Chiesa Romana insomma non si fidava. Quando, ad esempio, si fece la nostra Costituzione, la sua richiesta non riguardò problemi di carattere teologico, bensì le garanzie per il Concordato italiano. Cioè per i Patti Lateranensi. Su questo punto la differenza tra democristiani di destra e di sinistra fu interessante. Con Dossetti che pur di avere l'appoggio ecclesiastico era disposto a citare espressamente i Patti nella Carta e De Gasperi che voleva si parlasse solo di "Accordi Vigenti". C'è poi il caso di La Pira che voleva mettere il nome di Dio nella Costituzione; cosa che non si fece grazie a Calamandrei che disse che quel nome era troppo importante per una Carta Costituzionale. Comunque nella nostra Carta non appare mai la parola cristiano o cattolico, se non nell'articolo sette che serviva per introdurre i Patti.
Tornando alla sua domanda, è chiaro che con queste premesse storiche la Chiesa si è trovata di fronte a un Trattato/Costituzione che poneva nuovi problemi, a partire da quello della libertà religiosa. I Paesi della Ue, infatti, hanno diversi modi per rispettare questo principio. Ad esempio la Grecia è un regime confessionale per l'Ortodossia. La Gran Bretagna ha a capo della sua Chiesa la regina. Poi c'è la questione della Costituzione tedesca che cita espressamente Dio. Anzi parte dicendo: davanti a Dio, il popolo tedesco si dà la seguente Costituzione etc. Poi ci sono le questioni imposte dalla modernità. Da Napoleone in poi, i concordati hanno sempre affrontato temi quali il matrimonio, la scuola libera, privata o pubblica e via elencando, mentre adesso irrompevano tematiche nuove come l'aborto, l'eutanasia, la questione genetica, la bioetica.
In questo contesto s'è trovata di fronte a tre strade nell'affrontare il nuovo Trattato/Costituzione europea: quella classica - concordataria (fate pure la vostra costituzione poi tratteremo sui vari temi); quella di tipo tedesco con una menzione di Dio che avesse naturalmente non un valore teologico, ma politico e civile; infine l'ipotesi più massimalista e che voleva si scrivesse esplicitamente che l'embrione è una persona, che la manipolazione genetica deve essere sottoposta a forti limiti, che l'omosessualità non va bene e via di questo passo.
D.: E che strada ha preso?
R.:Il discorso è complesso. Rilevo, ad esempio che fino ad oggi la polemica più forte contro la Costituzione europea è del cardinal Ratzinger, non ancora papa quindi, ma molto prossimo a diventarlo, che ricevendo il premio San Benedetto per l'Europa disse nel suo discorso che le regole europee avrebbero in futuro impedito alla Chiesa cattolica di promuovere il suo magistero contro l'omosessualità.
Diverso invece Wojtyla. Lui usò l'espressione "radici cristiane" non per questioni politiche esterne, bensì per fatti interni. Wojtyla apparteneva alla generazione degli europei naturali: i Kohl, i Prodi, i Delors, quelli che adesso in Europa non ci sono più, quelli che hanno visto la seconda guerra mondiale e che vedevano come funzione principale del progetto europeo l'impedimento della guerra. Del resto Wojtyla ha usato nei riguardi dell'Europa tutte le definizioni possibili: da quella di Gorbaciov (casa comune europea) a quella di De Gaulle (l'Europa dall'Atlantico agli Urali) quella dell'unica famiglia, quella dei due polmoni. Tra l'altro questa formula delle radici cristiane aveva due aspetti interessanti: uno positivo e l'altro meno. Il primo mostrava che la Santa Sede non vedeva il processo europeo come una cosa neutra, ma vi partecipava sottolineandone quindi il carattere costruttivo. Dall'altro invece ne prendeva le distanze.
D.:Cosa intende con prenderne le distanze?
R.:Voglio dire che l'Europa ha diverse origini. C'è l'Aristotele degli arabi, l'aristotelismo degli ebrei, c'è l'emancipazione sociale. Insomma l'hanno costruita tanti fattori, non solo cristiani. La stessa cultura europea ha una componente non religiosa, quella atea. Questa formula delle radici cristiane non era capace di dare conto di questa pluralità. Vero è, che se avessero voluto, gli bastava poco. Un po' di virgole e si poteva inserire tutto. Invece non lo si è fatto e nell'arco di pochissimo tempo le "radici cristiane" da spinta positiva a favore dell'Europa, sono diventate una bandiera ideologica contro l'Europa. Da fattore di condivisione, sono diventate fattore di distanza. Cioè il contrario di quello che si voleva fare originariamente. In altre parole la forma delle radici era stata pensata per mostrare l'interesse della Chiesa verso l'Europa ed è successo quasi il contrario. L'impressione, dopo un po' di tempo, è che il prezzo che alla fine si è pagato è più alto di quello che si sarebbe ottenuto ragionandoci con più pacatezza.
D.:Vero è che i protestanti, molto forti in alta Europa, non hanno fatto pressioni particolarmente insistenti sulla Costituzione europea come la Chiesa Cattolica Romana.
R.:Sì, ma credo che l'attivismo di Roma sia dovuto ad un solo motivo: l'intervento diretto del papa. Tra l'altro, a ben pensarci, al tempo della Convenzione di Valery Giscard D'Estaing, che senso aveva fare un preambolo lungo, articolato, dove mettere tutta la storia: Tuicidide, Dante, Goethe, Mozart e via elencando? I preamboli sono sempre materia pericolosa. Esserne esclusi è un insulto. Se ti mettono, altri protestano. Io, per esempio, ero dell'idea e feci una proposta in tal senso, di fare un preambolo come questo: dopo la seconda guerra mondiale e dopo la Shoah ... eccetera. Del resto si può dire quello che si vuole, ma la cesura da cui nasce l'Europa è questa. Non nascondiamoci dietro ad un dito. L'Europa nasce dalle ceneri della guerra, per non fare più la guerra.
D.:Ammetterà che l'Europa non è uno stato in senso proprio. Non ha il potere di governo come noi lo intendiamo. Non ha esercito. Non ha un'amministrazione sua propria che ne costituisca uno scheletro identitario. Non è nemmeno una federazione. È un ibrido. Non è allora che l'atteggiamento della Chiesa, nei riguardi della Costituzione europea, sia stato un po' superficiale, come se si trovasse di fronte ad un nuovo stato, come se non ne avesse compreso l'originalità, la differenza, la novità politica?
R.:No. O almeno non del tutto. La Chiesa ha costituito diversi organi, nel corso di questi anni, sul modello europeo. La Conferenza delle Chiese europee, ad esempio, un organismo di raccordo delle chiese cristiane e quindi non solo cattoliche. La Conferenza episcopale europea. Poi, se vuole, riconosco che sono esperienze andate tutte a rimorchio con l'andamento della crescita o meno dell'Europa. L'unica novità vera, a mio giudizio, è un'altra: l'atteggiamento di Papa Benedetto XVI che è diverso da quello di papa Wojtyla. Il suo è un europeismo diverso, che ha un'idea dell'Europa come futuro serbatoio teologico - intellettuale del Cristianesimo. A differenza di Giovanni Paolo II, questo papa è più europeo nel senso che lui pensa che la battaglia decisiva del futuro, per la Chiesa, la si giochi tutta in Europa, nella cultura europea che è, non dimentichiamolo, una cultura consumistica. E su questo occorre fare un riflessione. La vera religione maggioritaria europea oggi è il consumismo. Una fede contesa da alcune corpose minoranze religiose di cui il Cristianesimo è una componente importante.
chi è Alberto Melloni
Alberto Melloni è nato a Reggio Emilia nel 1959 ha studiato nell'Università di Bologna, dove ha anche ottenuto il dottorato in storia religiosa e si è specializzato alla Cornell University e all'Université Catholique de Fribourg lavorando con G. Alberigo, B. Tierney, J.-M. R. Tillard e E. Corecco. Ricercatore nell'Università di Roma 3, è ordinario di Storia del cristianesimo nell'Università di Modena-Reggio Emilia. Ha lavorato sull'ecclesiologia nei canonisti medievali, sulla storia del conclave, su Roncalli e sul Vaticano II, sulla diplomazia pontificia nel Novecento.
È membro della Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII 1982. Tra le sue pubblicazioni: La storia che giudica la storia che assolve, saggi di O. Marquard e A. Melloni, Roma-Bari (Laterza) 2008, 159 pp.; L'inizio di papa Ratzinger. Lezioni sul conclave del 2005 e sull'incipit del pontificato di Benedetto XVI, Torino 2006, 161 pp.; Chiesa madre, chiesa matrigna. Un discorso storico sul cristianesimo che cambia, Torino 2004, 158 pp.; Il conclave. Storia di una istituzione, Bologna 2001, 298 pp.; tr. ted. Freiburg a.M. 2002; tr. sp. Madrid 2002; tr. port. Rio de Janeiro 2002; tr. fr. Paris 2003; tr. pol; Warszawa 2004; (ried. Il conclave. Storia dell'elezione del papa, Bologna 2005). Scrive da tempo per il Corriere della Sera.