di Bruno Simili redattore capo della rivista "il Mulino"
L'Europa è più che mai fondamentale come punto di riferimento tutt'altro che astratto. Oltre a Bruxelles e Strasburgo, c'è l'Europa della cultura: del cinema, della musica, dell'arte transnazionale, delle università e degli scambi, che attraversa ogni barriera sociale, economica, religiosa e politica
Solo quando quest'Europa indurita e imbestialita dalle sovranità nazionali illimitate, dalle alleanze, dei concerti di potenze, dei nazionalismi politici ed economici, dei brutali tentativi di dominio imperiale ha sprofondato, tra il 1914 e il 1945, tutti i nostri popoli nella lunga guerra civile europea dei 31 anni del XX secolo, solo allora lo spettro dell'unità europea si è trasformato in disegno politico, che alcuni si proposero non già di sognare per un futuro lontano e imprecisabile, ma di realizzare nella nostra epoca per opera della generazione che aveva visto e sofferto le nefandezze dell'Europa dei nazionalismi": sono parole di Altiero Spinelli, pronunciate al Parlamento italiano nel 1977.
Molto, moltissimo è stato fatto da allora nel cammino europeo. La velocità con cui si è proceduti lungo una strada tutt'altro che priva di ostacoli ha visto accelerazioni e brusche frenate. E qualche retromarcia. Oggi, a oltre trent'anni dal discorso di Spinelli, quel lungo processo è in crisi.
Una crisi culminata nell'impasse venuta dal risultato negativo in Francia e nei Paesi Bassi (due tra i sei Paesi fondatori del nucleo originario) dei referendum per l'approvazione della cosiddetta "Costituzione europea", sottoscritta a Roma nel 2004.
Una crisi che già si poteva intravedere all'indomani dei successi riportati dalla Unione economica e monetaria e del varo della moneta unica, nella gran parte di quegli stessi Paesi che furono protagonisti della guerra civile europea del "secolo breve".
Stenta ad affermarsi un'idea condivisa che vada al di là di quella, dal valore indubitabile e profondo, che ha saputo realizzarsi con l'Europa delle economie, a vari livelli, e con quella dei confini, grazie agli accordi di Schengen. Come sostengono anche Giacomo Marramao e Alberto Melloni intervistati in questo numero, non si può certo pensare che il passaggio dal piano economico-finanziario a quello giuridico-istituzionale avvenga senza affrontare (e ovviamente risolvere) i nodi della politica e della sfera pubblica. A oggi, mitigati gli entusiasmi dell'europeismo più spinto, quei nodi sono in gran parte da sciogliere. Non esiste un vero livello di governance europea su molti questioni centrali in una entità istituzionale che ha la pretesa di chiamarsi Unione. È assai difficile capire, ad esempio, quale autorevolezza possa avere un ministro degli Esteri, e in particolare l'attuale Alto rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza dell'Unione europea, in un mondo in cui la crescente complessità unita alla persistenza dei problemi nelle principali aree di crisi rende bloccate molte posizioni (si pensi, fra tutti, all'eterno dilemma israelo-palestinese). Se per alcuni aspetti il recente Trattato sottoscritto a Lisbona può rappresentare un passo in avanti, esso non ha certamente rimosso gli ostacoli più importanti al processo d'integrazione in riferimento alla Politica estera di sicurezza e difesa comune. Nonostante alcune importanti novità introdotte, la "Pesc" e la "Pesd" restano due politiche intergovernative, basate su decisioni che devono essere prese all'unanimità dal Consiglio europeo dell'Unione. Dunque la sicurezza e la difesa restano ambiti in cui non c'è stata la necessaria (e obbligatoriamente volontaria) cessione della sovranità da parte dei singoli Stati membri alle istituzioni comunitarie. Ancora oggi, ciascun membro conserva il diritto di veto, il diritto di paralizzare l'azione dell'Unione. A questo stadio, come può essere l'Europa un interlocutore affidabile per i grandi attori internazionali?
Alle questioni più prettamente istituzionali e di funzionamento efficiente del governo europeo, si affianca poi un deficit identitario. Viene ricordato anche nel dossier che questo giornale dedica al richiamo delle radici cristiane nel Trattato di Lisbona (o meglio alla sua mancanza): ci sente "europei" soprattutto a certe condizioni e l'Europa è un contenitore che rischia di diventare utile solo quando conviene. Le politiche europee rappresentano spesso un alibi per i governi nazionali, e ancora troppo poco invece costituiscono uno sprone. Molto su questo fronte è stato fatto, ma spesso in modo poco organico. A ogni chiamata alle urne per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo, è accaduto anche lo scorso anno, partono i lamenti: i cittadini si stanno progressivamente allontanando dall'idea di Europa unita, il fascino che il processo di costruzione anche identitaria esercitava su molti sembra risentire delle difficoltà istituzionali, sempre più spesso il politico europeo viene inteso alla stregua dei politici nazionali.
Rispetto agli anni propulsivi che vedevano al lavoro personaggi come Spinelli, moltissimo resta da fare e molto va ripreso e riconsiderato. Ma l'idea di Europa è più che mai fondamentale come punto di riferimento, tutt'altro che astratto. Da questo punto di vista, oltre Bruxelles e Strasburgo, c'è l'Europa della cultura: del cinema, della musica, dell'arte transnazionale, delle università e degli scambi. L'Europa che produce, ad esempio, l'European Union Youth Orchestra, che mescola giovani musicisti provenienti da Paesi diversi, in un insieme che attraversa ogni barriera culturale, sociale, economica, religiosa e politica. Questa è l'Europa su cui è necessario lavorare, non ripiegata su sé stessa e aperta invece a una crescita unitaria che prenda avvio dalle generazioni più giovani. Questa è l'Europa di chi non ha vissuto le nefandezze del XX secolo ma che dovrà necessariamente realizzarsi nel XXI.