Un laboratorio e una mostra finanziata per insegnare ai detenuti a comunicare con la pittura
di Giovanni Stefanelli
La pittura come strumento e mezzo di comunicazione universale per superare inibizioni e difficoltà linguistiche, visualizzando pensieri ed emozioni personali. È questa la convinzione da cui è nato il progetto "Arti-Ficio: laboratori artistici per persone in condizioni di svantaggio". Lo ha ideato "La Cremeria", un ente di formazione professionale di Cavriago, in provincia di Reggio Emilia, che ha ottenuto per questo un finanziamento del Fondo Sociale Europeo di oltre 38mila euro, oltre al sostegno del Ministero del Lavoro e della Provincia di Reggio Emilia.
Portare l'arte all'interno di un carcere per poi farla uscire, dando ai detenuti una possibilità di comunicazione verso l'esterno, è stato invece l'altro obiettivo di uno dei progetti di cui si compone Arti-Ficio. È stato ribattezzato col nome "Nove", quante sono le porte che si sono chiuse alle spalle dei detenuti della Casa Circondariale di Reggio Emilia o che deve attraversare chi vuole portare loro l'esperienza di un laboratorio artistico.
Partendo dal presupposto che il primo passo verso l'accettazione di ciò che viene percepito come "diverso" può essere la conoscenza e che questa è possibile attraverso l'attivazione del canale della comunicazione, "La Cremeria" ha realizzato un progetto indirizzato ad uno dei contesti maggiormente multiculturali presenti a Reggio Emilia, il carcere di via Settembrini. È lì che mondo arabo, africano, slavo, italiano, cinese, indiano... vivono a stretto contatto. L'obiettivo è stato dunque sfruttare questa risorsa multiculturale per creare una riflessione interna e, successivamente, un rapporto tra detenuti e città, due realtà apparentemente lontane.
L'utilizzo della pittura ha quindi permesso di superare diversi ostacoli: come linguaggio universale va oltre ogni problema di comunicazione linguistica, ma soprattutto permette di superare le nove porte che separano la realtà detentiva dall'esterno e arrivare sul territorio attraverso esposizioni, installazioni e altri eventi. Due artisti, il reggiano Simone Ferrarini e la coreana Sunghe Oh, sono entrati nell'istituto penitenziario, hanno conosciuto i detenuti lavorando con loro per circa tre mesi, hanno realizzato un workshop con i reclusi prendendo in considerazione due problematiche sociali molto forti dell'ambiente carcerario: la mancanza di comunicazione tra i detenuti e l'assenza di un contatto con la realtà esterna. Gli argomenti affrontati dai detenuti nelle loro opere sono riflessioni o racconti che non cadono mai nella rabbia o nella polemica: l'opportunità di spiegare un contesto culturale o una situazione sociale li ha infatti indotti ad assumere un atteggiamento costruttivo. Il passo successivo verso la costruzione di un contatto tra esterno ed interno del carcere è stata la mostra "9 - Comunicazione Off/On", che ha portato le opere-manifesto realizzate dai detenuti nello spazio "Amoreggio Point", in viale IV Novembre, dal 18 febbraio al 10 marzo. L'osservazione e la comprensione delle opere ha permesso non solo di percepire il dramma di essere privati della propria libertà, ma anche di cogliere individualità differenti che inevitabilmente trasferiscono nei loro messaggi visivi retroterra culturali, pensieri e tradizioni appartenenti a realtà diverse dalla nostra.